La tutela dell’origine dei prodotti alimentari in Italia, nell’Unione europea e nel commercio internazionale

corrado logoOkA distanza di qualche mese ritorniamo a parlare di un convegno che si è tenuto ad Alessandria a fine maggio 2015 dal tema importante “La tutela dell’origine dei prodotti alimentari in Italia, nell’Unione Europea e nel commercio internazionale” che è stato coordinato dall’Istituto di Diritto Agrario Internazionale e Comparato del CNR, in collaborazione con l’Università del Piemonte Orientale.

cafla tutela consumatoreI consumatori manifestano in forma crescente la volontà di conoscere l’origine dei prodotti che consumano, la loro composizione e le caratteristiche legate ad eventuali tradizioni enogastronomiche geograficamente ben definite, riconoscendo un ‘premium price’ agli alimenti con filiera tracciata in modo trasparente.” Con queste premesse è stato realizzato ad Alessandria, con numerosi studiosi della materia, un seminario internazionale di approfondimento, al fine di provare a meglio garantire la tutela dell’origine dei veri prodotti Made in Italy. Promosso da Vito Rubino, ha visto la partecipazione di un qualificato e nutrito parterre di relatori.

Secondo Vito Rubino il fattore di competitività costituito dai prodotti agroalimentari italiani viene oggi protetto in modo frammentato: se, infatti, a livello nazionale l’attenzione del legislatore e della giurisprudenza è andata via via crescendo negli anni (cfr. l. 350/03 e tutela penale del ‘made in Italy’), a livello europeo si registrano ancora notevoli resistenze nei confronti dell’introduzione di un obbligo generalizzato di indicazione dell’origine dei prodotti e delle materie prime in etichetta. Nel contesto del commercio internazionale, inoltre, sebbene siano state adottate diverse Convenzioni relative alla lotta alla contraffazione che includono la tutela dell’origine dei prodotti (e.g. Convenzione di Parigi per la protezione della proprietà industriale del 1883, Accordo di Madrid sulla repressione delle false o ingannevoli indicazioni di provenienza riveduto a Lisbona il 31 ottobre 1958), risulta tutt’oggi non pienamente verificata la compatibilità di disposizioni restrittive, quali quelle adottate a livello italiano, con il divieto di misure tecniche restrittive della circolazione delle merci esistenti nell’ambito del WTO (in particolare Accordo TBT)”.

Per Ferdinando Albisinni, dell’Università della Tuscia, “In Europa le norme in tema di DOP e IGP consentono di utilizzare tali nomi a tutti i produttori che rispettano i relativi disciplinari, così assegnando a DOP e IGP la tipica e peculiare natura di beni comuni non appropriabili. Tutti gli appartenenti alla comunità dei produttori localmente stabilita possono utilizzare tali nomi, ma nessuno è “proprietario” degli stessi. Ne segue il divieto di utilizzare questi nomi per prodotti non conformi al disciplinare. Il punto, però, è che le norme europee, trascurando la radicale differenza fra questi nomi, espressione di un’appartenenza collettiva, ed i marchi di impresa, espressione invece di proprietà individuale, consentono… alle imprese di registrare marchi di impresa, dunque marchi oggetto di proprietà individuale, contenenti al loro interno i nomi protetti, purché venga specificato che tali marchi saranno utilizzati solo per prodotti conformi al disciplinare. Ne risulta una sorta di corto circuito disciplinare: singoli produttori possono registrare, e di fatto stanno registrando in misura crescente, come marchi d’impresa, e dunque come beni immateriali oggetto di proprietà individuale, marchi complessi al cui interno compaiono le denominazioni protette“.

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“Il risultato è di grande confusione sul mercato” continua Albisinni “sia per i consumatori che per le imprese. La soluzione? Occorre dunque anche sul piano legislativo, che la disciplina europea della relazione fra marchi di impresa e denominazioni protette venga riscritta introducendo regole adeguate alla ben diversa natura dei due strumenti di comunicazione sul mercato: collettive e non appropriabili le denominazioni di origine; tipicamente privati ed oggetto di proprietà individuale i marchi commerciali”.

Stefano Masini, Coldiretti e Uniroma3, sottolinea l’evoluziona normativa. Favorita anche da recenti sentenze della Corte di Cassazione: che ha dato una più incisiva risposta alla tutela del made in Italy, con migliore difesa sia del consumatore contro le pratiche commerciali scorrette quanto degli imprenditori contro gli atti di concorrenza sleale.

“Il fattore altamente competitivo del made in Italy induce, spesso, gli imprenditori che intendono abusarne, a comunicare falsamente l’origine italiana di prodotti che, commissionati all’estero da imprese italiane o realizzati in Italia con materie prime di provenienza estera, finiscono per alterare le scelte di acquisto dei consumatori in relazione ad alcune caratteristiche essenziali dei prodotti posti in vendita, tra cui l’origine geografica”.

Così, ad esempio, nel 2011 la Corte di Cassazione ha dichiarato che integra gli estremi della vendita di prodotti con segni mendaci di cui all’articolo 517 c.p. in combinato disposto con l’articolo 4 comma 49 della legge n. 350 del 2003, la commercializzazione di pomodori pelati con l’etichetta «prodotto della regione DOP San Marzano Pomodori Pelati Italiani», trattandosi, in realtà, di pomodori aventi un’origine geografica diversa da quella campana.

Nel 2013, invece, la Corte ha punito, ai sensi dell’articolo 515 c.p., la condotta consistente nella commercializzazione di pistacchi recanti sulla confezione, in caratteri grandi, la scritta «sfiziosità siciliane-pistacchi sgusciati» e, in basso, con caratteri molto più piccoli, difficilmente leggibili ad occhio nudo «ingredienti: pistacchi sgusc. Medit.», perchè idonea a far credere che si trattasse di pistacchi di origine italiana.

Con due pronunce del 2014 la Corte ha, poi, chiarito che non è sufficiente realizzare in Italia una fase del tutto irrilevante della lavorazione per indicare come italiano un prodotto la cui materia prima proviene da uno o più Paesi diversi se la fase di lavorazione realizzata in Italia non è tale da trasformare il prodotto finale in qualcosa di diverso. Succhi concentrati di frutta provenienti da Paesi UE ed extra-UE, importati in Italia per essere diluiti con acqua non possono essere commercializzati con la scritta «prodotto italiano». Allo stesso modo, funghi secchi di varia”.

Se l’ingannevolezza delle indicazioni di origine è un tema al centro dell’attività repressiva e sanzionatoria dell’Autorità Garante per la Concorrenza ed il mercato, l’interazione con organi amministrativi è di assoluto interesse. I TAR infatti spesso- racconta Roberta Lombardi dell’Università del Piemonte Orientale e docente di diritto amministrativo- hanno inteso colmare alcune apparenti lacune nella tutela dei consumatori lasciate dall’Antitrust, allargando la propria sfera di competenza e andando oltre un ruolo di valutazione delle mera legittimità formale, come previsto.

Inoltre, si è tracciata la linea di azione dell’Antitrust negli ultimi anni, che si è, più di recente, dichiarata competente a decidere anche rispetto a “marchi registrati”, ritenendoli “idonei, in mancanza di specificazioni circa la reale origine della materia prima utilizzata, a trarre in inganno il consumatore sull’origine geografica del prodotto” (provv. n. 4970 del 30 aprile 1997 “Bertolli Lucca”; n. 5562 del 18 dicembre 1997 “Olio Carapelli Firenze”; n. 5563 del 18 dicembre 1997 “Olio Carli Moneglia”; n. 5564 del 18 dicembre 1997 “Olio Monini Spoleto Umbria”; n. 5713 del 19 febbraio 1998 “Olearia del Garda”).

Quali sviluppi?

A livello internazionale, i negoziati per l’implementazione dell’Accordo TRIPs allegato al Trattato di Marrakesh sono da molti anni in stallo tra i principali paesi membri del WTO. Ad una concezione essenzialmente ‘privatistica’ dei Paesi del c.d. ‘nuovo mondo’ (che vede nel ‘marchio’ il principale se non l’unico strumento di tutela dei nomi geografici) si contrappongono le impostazioni dei paesi con le più antiche tradizioni enogastronomiche (che, al contrario, tendono ad includere la tutela dei toponimi in strumenti normativi a prevalente valenza pubblicistica, finalizzati anche a realizzare politiche di sviluppo rurale).

La discussione attuale (finalizzata essenzialmente ad includere nel TRIPs un meccanismo simile a quello già previsto nell’Accordo di Lisbona sulla protezione dei nomi geografici, che contempla la gestione di un registro internazionale di toponimi protetti da tutti gli Stati membri) comporta, quindi, il confronto fra le due contrapposte visioni e l’approfondimento dei limiti giuridici di ciascuna impostazione, partendo dalle esperienze concrete dei diversi Paesi principalmente coinvolti nel negoziato.