“Cambiamo insieme…” il cibo: quali le iniziative on line di pressione e quali i risultati?

ghost writerDall’olio di palma, all’indicazione della sede dello stabilimento di produzione; al formaggio senza latte in polvere, fino alla pubblicità Mc Donald che ridicolizza la pizza, o alle richieste contro il TTIP per il rischio introduzione OGM o rilassamento standard sicurezza alimentare europea.

Tante sono le iniziative che sono state anche recentemente progettate on line grazie a strumenti di nuova concezione, che se non proprio sostituiscono la tradizionale raccolta firme “di piazza”- con il suo inevitabile carico simbolico- certamente le si affiancano. Con alcuni vantaggi indubbi.

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Intanto, la facilità di diffusione, senza peraltro dover soggiacere ai limiti tradizionali-e fisici in primis– di una firma in piazza. Nel comodo del proprio salotto infatti, senza urla, spinte o strilloni di turno, si riesce intanto a leggere per bene e a comprendere i motivi della richiesta di sottoscrizione alla causa. Insomma, dopo essersi correttamente informati, e in assenza di costrizioni esterne o pressioni anche psicologiche (“ci fa una firma per….”) ci si sente più pienamente attori del cambiamento. Ma il sistema conviene anche a chi deve raccogliere. A costo zero, senza l’onere fisico dei banchetti e relativo personale deputato alla raccolta firme. Il sistema sembra insomma efficiente: rapido, e in grado di diffondersi a vasti pubblici.

Gli strumenti on line

Le possibilità tecnologiche sono diverse. E consentono di spiegare con calma la mozione, per poi –velocemente- firmarla virtualmente. Quello che probabilmente ha avuto maggiore successo è www.change.org seguito da activism.com e da avaaz (“il mondo in azione”), firmiamo.it e petizionionline.it per l’Italia.

I risultati

Alcune petizioni stanno raggiungendo risultati interessanti: la lotta contro la Commissione europea, che vorrebbe imporre all’Italia l’abrogazione della normativa del 1974 che vieta l’utilizzo di latte in polvere nei formaggi, ha visto oltre 122mila firme nel giro di una decina di giorni- sebbene l’iniziativa originale della Coldiretti nelle piazze sia stata poi “presa a prestito” da Slow Food sulla rete.

La petizione di lotta allo spreco alimentare addirittura ha ottenuto 615mila firme (Stop allo spreco alimentare in Europa! #StopFoodWaste). Altre lotte, sebbene di rilievo, raggiungono cifre più contenute- vuoi anche per il tenore specialistico- di difficile attrattiva per il cittadino comune (la petizione “Sì all’indicazione dello stabilimento di produzione sulle etichette dei prodotti alimentari” ha portato 8mila firme).

La pubblicità “anti pizza” del McDonald’s, cui è stato chiesto di ritirare lo spot –offensivo della pizza e del made in Italy- circa 28mila.

Dario Fo, nella sua petizione alla Barilla per ritornare allo spirito degli spot delle origini, e senza discriminare i gay- o dando una immagine stereotipata della famiglia tradizionale- ha raccolto oltre 101mila firme. Mentre la tutela della pizza tradizionale (LA GLOBALIZZAZIONE NON DISTRUGGA L’ARTE DEI PIZZAIUOLI NAPOLETANI. LA TUA FIRMA PERCHÈ DIVENTI PATRIMONIO UNESCO) circa 41000 sostenitori.

Jamie Oliver, la celebrity tv di cucina, ha poi sollevato una petizione internazionale diretta ai “decisori” del G20 per impegnarsi maggiormente nella lotta all’obesità quale piaga globale, arrivando a oltre 1,5 milioni di firme.

Chiavi del successo

A ben vedere gli ingredienti di successo di una petizione (alimentare) sembrano risiedere in alcuni elementi:

– l’enucleazione chiara, misurabile, e precisa di un aspetto o un’azione che si intende portare avanti. Messaggi troppo generali e populisti, sebbene facciano il gioco della rete, in termini di diffusione, possono poi scontare- all’atto pratico- una minore agibilità. Tutti siamo contro la fame nel mondo, lo spaccio di droga, la violenza femminile. Ma petizioni contro tali macro-fenomeni, sebbene in grado di mobilitare tanti cittadini, difficilmente saranno trasferibili a chiare sequenze di policy, che per contro richiedono obiettivi, indicatori, risultati più analiticamente verificabili.

– la facilità del messaggio nella comprensione quotidiana e relativa ad aspetti direttamente intaccati: la pizza, la famiglia, il latte nei formaggi- sono tutte cose che non richiedono soverchie spiegazioni, e quindi che entrano facilmente nel vissuto emotivo dei cittadini;

-l’origine della richiesta. Testimoni poco noti, oppure noti ma con conflitti di interessi, che portano avanti battaglie per pochi, sembrano scontare un deficit di attenzione pubblica. Viceversa, persone credibili e campioni morali diventano estremamente efficaci.

– la presenza in più paesi- petizioni dirette entro campagna di comunicazione pubblica più ampie, a livello anche europeo (stop food waste) oltre ad avere un bacino di utenza più vasto, creano un effetto di seguito e di imitazione –soprattutto quando ci sono tematiche ad alto coefficiente emozionale.

– l’individuazione del soggetto giusto a cui indirizzarla. Petizioni che vogliano davvero cambiare le cose e non solo “fare cultura” o diventare un epifenomeno educativo, vanno rivolte a quei soggetti in posizione reale di poter prendere le decisioni-politiche o di mercato– effettive.

Una ambiguità dei destinatari, diventa quindi un ostacolo fondamentale.

Cittadini e consumatori

Certo la firma impegna poco, e spesso lascia la frammentazione dell’individuo quale tratto dominante delle società moderne. Se da cittadino posso firmare facilmente una petizione contro lo sfruttamento dei lavoratori del caffè, da consumatore posso non farmi problemi ad acquistare macinato in super-offerta. La dicotomia è ben nota insomma. Detto questo, le petizioni – se ben individuato il destinatario ovvero, il decisore di ultima istanza- possono davvero spostare e risolvere tale frammentazione cognitiva. Modulando le premesse alla nostra azione, e in qualche modo, limitando la nostra possibilità di fare scelte sbagliate.

Futuri spunti

A livello europeo, chi volesse agire in modo tradizionale, può utilizzare lo strumento digitale dell’Unione Europa -il diritto d’iniziativa dei cittadini europei-, per portare avanti una richiesta. Ma servono… 1.000.000 di firme di residenti in almeno un quarto degli stati membri, da raccogliere entro un anno . Un onere elevato.

SEGUIRA’ UNA SECONDA PARTE DEDICATA SOLO AL FOOD E ALLE PETIZIONI ONLINE