Generale Conserve e i tre marchi “made in Italy”. Vito Gulli a #etiche2015

vito gulliIl Presidente di  Generale Conserve,Vito Gulli e i suoi tre marchi: Asdomar, Manzotin e De Rica.

Alla domanda: quale dei suoi tre marchi lei considera “made in Italy”? Vito Gulli risponde “Tutti e tre”.

Vito Gulli, insieme a Eleonora Graffione (Consorzio Colaris), Mario Gasbarrino (Unes) e Francesco Pugliese (Conad) e a tutti i consumatori che hanno firmato le petizioni sull’indicazione dello stabilimento di produzione sulle etichette dei prodotti alimentari (vedi quella promossa da Dario Dongo su Gift), è tra i promotori della battaglia dell’etichetta.

Lo stesso Gulli però sottolinea “la battaglia sull’etichetta, è niente rispetto a tutto quello si deve ancora fare. L’obiettivo finale è di non far chiudere le fabbriche in Italia ai grandi marchi italiani; per evitare che molte altre aziende delocalizzano, dando altro gas all’inquinante spirale dei licenziamenti, riducendo il potere d’acquisto e poi meno consumi e ancora licenziamenti e così via, fino in fondo“.

Il 6 novembre 2015, uno dei 7.545 tweets di Vito Gulli recitava così: “Monica (Rubino ndr) sempre la 1° a dare le PIU’ BELLE NEWS. Battaglia vinta. Avanti un’altra. (Up @maumartina).

tweetvitogulli

A posteriori potrebbe non valer la pena riflettere su cosa sarebbe potuto accadere diversamente eppure sono certo che molte altre aziende avrebbero sempre più delocalizzato, dando altro gas all’inquinante spirale dei licenziamenti, riducendo il potere d’acquisto e poi meno consumi e ancora licenziamenti e così via, fino in fondo. Forse siamo stati attori e artefici di un passaggio molto più grande di quanto molti non abbiano ancora compreso. C’è ancora tanto da fare, non c’è dubbio, tante altre battaglie per la trasparenza, per la sostenibilità, per l’etica vera, per provare a ridare dignità alle persone attraverso il lavoro. Ho sempre risposto che l’interesse contrario era proprio della maggior parte dell’industria, non della politica, perché afflitta da miopia progressiva, vedeva di buon occhio la flessibilità del poter decidere di produrre là dove ti porta il soldo e non il cuore, invece di farsi guidare né dall’uno né dall’altro bensì semplicemente dal cervello. E capire quindi che il lasciare senza lavoro i propri consumatori non porterebbe ad altro che alla fine di tutte le aziende: crollerebbe il potere d’acquisto, crollerebbero i consumi. La spirale a cui accennavo prima“. “Si parla tanto, nel bene e nel male, di globalizzazione e di competizione globale alla quale non ci si può sottrarre ma neppure ci si può rassegnare e tantomeno facendosi del male da soli. E legittimare la non obbligatorietà di indicare il luogo di produzione sarebbe stato masochismo allo stato puro. Già noi europei, abbiamo scelto (ma chi ha scelto?) di partecipare al “tavolo da gioco della finanza”, perché di gioco si tratta, con le sue convenzioni, le sue regole, i suoi riti, ma pur sempre un gioco d’azzardo con l’handicap di regole non sempre alla pari visto che a quel tavolo siedono anche Usa e Cina. Noi siamo gli intellettuali europei, siamo gli snob, siamo gli acculturati e quando la sfortuna ci assale non possiamo semplicemente girarci e prendere un’altra posta: no, ci tocca al contrario alzarci e andare a cercare crediti dagli usurai che gravitano nelle vicinanze del casinó, pagando tassi sproporzionati. La metafora è chiara?“. “Quindi cerchiamo almeno di giocarci le nostre chances e peculiarità, non di svenderle. E tutti noi italiani sappiamo quanto sia la fortuna di avere un enorme hatù come il Made in Italy. Credo che concentrarsi su poche importanti priorità sia un bene e quindi insisto. Faccio un semplice esempio: se il primo 20% dei consumatori italiani che consuma il primo 60% dei consumi totali si impegnasse a leggere etichette e informazioni e modificasse solo del 10%, ripeto solo del 10%, il mix dei propri consumi a favore delle produzioni italiane anziché estere (che dovrebbero essere circa 70 a 30) l’Italia ripartirebbe a scheggia, segnando un Pil del circa + 3/4 %. Roba da Cina. Fate i conti. Rileggete con calma. È semplicemente così. Così come è ovvio che l’ultimo decile, responsabile dell’0,5% dei consumi totali, non potrebbe mai farlo, perché non ha né il tempo né i mezzi per informarsi e ancor meno i soldi per permettersi di non comprare il più economico fra gli economici prodotti offerti” (tratto da SenzaFiltro).

Solo qualche spunto di riflessione?

Questo e molto di più con Vito Gulli a #etiche2015… e dopo il “made in Italy” siamo anche curiosi di conoscere il “seme di pomodoro autoctono e antico, non ibrido, coltivato nella fertilissima pianura emiliana” il fiore all’occhiello, il tricolore sventola sulla confezione e noi di CercaLaNotizia l’accendiamo “De Rica pura passata di pomodoro vallivo, pomodoro vivo”.