Giusto eliminare il TMC da pasta, riso e caffè? La risposta di Dario Dongo

Il 26 dicembre su Osserva Italia di La Repubblica è uscito l’articolo intitolato “Aumenta in Italia il consumo di cibo scaduto. Questioni di budget o di “ignoranza” delle etichette: il 55% degli italiani consuma prodotti “fuori data“.

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Abbiamo chiesto a Dario Dongo (Avvocato, esperto di diritto alimentare internazionale e giornalista, fondatore di WIISE (FARE – GIFTFood Times cofondatore del Fatto Alimentare e nostro Food Contributors) di approfondire questo passaggio dell’articolo “Ci sono, infine, prodotti per i quali, secondo il Regolamento Ue n.1169/2011, non è richiesta la dicitura “Da consumarsi preferibilmente entro…” (TMC ndr): sale da cucina, zucchero e aceto, ma anche ortofrutticoli freschi, vini liquorosi, spumanti, vini aromatizzati e prodotti simili a base di frutta diversa dall’uva, bevande con contenuto di alcol pari o superiore al 10 per cento in volume, prodotti di panetteria e pasticceria, gomme da masticare e prodotti analoghi, prodotti di confetteria realizzati con zuccheri aromatizzati e/o colorati. L’elenco potrebbe tuttavia allungarsi: le delegazioni di Olanda e Svezia con il sostegno dell’Austria, Germania, Danimarca e Lussemburgo hanno chiesto l’esenzione dell’obbligo di indicare in etichetta “da consumarsi preferibilmente entro” per prodotti come pasta, riso e caffè“.

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Intervista su Radio Articolo 1. Ascolta Dario Dongo dal minuto 3.00 al minuto 10.00

La risposta di Dario Dongo: “Vero quanto riportato nell’articolo, eppure a mio modesto avviso estendere le esenzioni dal TMC ad altri alimenti non ha alcun senso se non quello di ridurre la trasparenza sull’età dei prodotti. Una corretta gestione dei flussi di merce (FIFO, First In First Out), nella logistica, del resto, dovrebbe di per sé bastare a ridurre l’immissione in commercio di alimenti prossimi al decorrere del TMC. E se è ben vero che una pasta o un riso con il TMC superato non presentano certo problemi di sicurezza, potrebbero tuttavia – ad anni di distanza – risultare deperiti dal punto di vista organolettico. Compromettendo la reputazione del marchio, laddove il consumatore non avesse conoscenza del tempo trascorso dalla merce, magari nella sua stessa dispensa. Il consumatore deve perciò mantenere il diritto di conoscere il periodo entro cui il responsabile dell’informazione in etichetta – sia esso il produttore, o il distributore per le ‘private label’ – raccomanda l’utilizzo del prodotto. E sulla base di tale informazione, deciderà di farne l’impiego meglio visto“.

Lo stesso tema è stato affrontato oggi pomeriggio alle ore 15.00 da Radio Articolo 1: segue l’intervista di Dario Dongo.

Ricordiamo come dice l’articolo di La Repubblica “… il significato di due diciture di legge: “Da consumarsi entro…” e “Da consumarsi preferibilmente entro…”. La prima è la data entro cui il prodotto deve essere consumato ed anche il termine oltre il quale un alimento non può più essere posto in commercio per non esporre l’organismo a rischi che possono compromettere la salute. Un esempio sono il latte fresco e le uova. Una persona su quattro ha comportamenti differenti a seconda del tipo di alimento da consumare, mentre una su cinque ritiene che il cibo possa essere consumato anche dopo la data indicata, mettendo in conto che potrebbe non essere alla massima qualità. Va da sé che tale dicitura indica anche il termine oltre il quale un alimento non può più essere posto in vendita. La seconda indica la data entro cui il prodotto alimentare mantiene le sue proprietà organolettiche, gustative e nutrizionali specifiche – in adeguate condizioni di conservazione –, senza che questo comporti rischi per la salute in caso di superamento, seppur limitato, della stessa”.

Dario Dongo –Fare